Le Tele

Incessantemente, come l’acqua scava la roccia, il Maestro Giuseppe Supino trascrive “pittura”, una pittura che si allinea ai grandi artisti della terra. Una pittura di grande e notevole tratto, un’esemplarità che si colloca ai vertici alti di una plasticità e morbidità di tratti davvero sorprendenti, uniche e irripetibili. Per certi versi, è rapportabile solo a quella grandemente celebrata di Domenico Purificato, di cui lo stesso Supino fu allievo e, idealmente, discepolo nell’incarnazione geopittorica della sua componente più avvertita.

Un tratto preciso e superiore domina e governa la mano di questo artista che ha fatto dell’arte la sua casa, il suo altare, il suo modello di vita funzionale, esoterico e sognatore, un’arte univoca e profondamente avvertita fin da bambino. colori smorzati, non eclatanti, non avvampanti, con quella stemperanza coloristica che è proprio dei grandi, ha saputo imporre la sua vocazione e portarla a livelli di ampiezza inusuali attraverso, mostre, vernissages, cataloghi, rappresentazioni visive, acquerelli, olii, grafiche che hanno la bellezza inesauribile della mano divina. E credo, davvero, vi sia del divino in questo “mostro sacro” perché non si potrebbero spiegare altrimenti, le forze superiori e le vene ispirativo-immaginifiche di questo artista.

La sua inesauribile fonte è qualcosa che va oltre il limite storico della vicenda privata, ed è gaudio per gli occhi, giubilo per la mente e per il cuore. Guardando le sue opere ognuno si sente libero di volare nelle aree iperuranie di altri cieli, si associa a cori di angeli, si avvicina al modello idealizzato e simboleggiato del “perfettibile” che riposa in tutti e in ciascuno. Guardare i suoi quadri è come stabilire un nuovo contatto con un’Entità Superiore che ci fa assimilare la lezione dell’eternità senza condizioni, con l’animo perso in episodi di luce, di abbagliante sonorità espressive, ci si sente slegati dalla gravità fisica della materia, in pace con se stessi. E’ una sorta di “magnetismo” quello che sprigiona dalle tele, dagli acquerelli, dai disegni di Supino, un magnetismo che solo l’Arte vera, (conla A) maiuscola riesce a far captare, a far sentire al mondo circostante.

E’ qualcosa di misterioso e imponderabile. Da parte mia, l’ho sempre considerato il “miracolo” di cui, solo in vista dell’opera d’arte, ci sentiamo infusi. Ma è evidente che vi siano poi altre ragioni di ordine pittorico: l’estensione del colore,il tratto, il dosaggio degli elementi, la struttura oggettuale delle componenti pittoriche, il gusto affinato della “bellezza” che non fa ombra a se stessa, ma anzi la esalta, la commuove, la trascina a fare la differenza, ad esercitare il suo fascino che la dice lunga sul diversificato stereotipo preposto che, nel caso di Supino, è davvero unico ed essenziale.

Le sue figure hanno le linee chiare della trascendenza, una sorte di estasi e di beatitudine nel volto, come si addice a creature d’altri mondi, con quella purezza edenica che vi fa da sfondo e neutralizza le temperie, le imperfezioni, le brutture del quotidiano. Il fattore della traslazione mi ha sempre intrigato. Non è facile far sentire lo spettatore esattamente dove vuole l’artista, perché è questo quello che fa Giuseppe Supino: trasferisce il soggetto sull’oggetto in modo così carismatico, così intenso da farlo apparire nei luoghi e nei tempi di cui lui narra.

Un grande potere ha l’arte, una grandissima e ineccepibile sorte per coloro che vi si avvicinano e ne vengono irradiati, catapultati e investiti dalla luce che sa dominare le lordure e ammorbidire e metabolizzare le asperità della vita.

Ninnj Di Stefano Busà