CRITICA

L’elevazione al trascendente nelle opere di Supino

Una sorta di florilegio visivo si evince, da subito, osservando le opere del grande artista, che nella continua trasposizione dell’oggetto appone un’immateriale linguaggio fatto di atmosfere rarefatte, in una quasi ascesi contemplativa. Vi fa da sfondo una retrospettiva metafisica di grande rilevanza. Dell’arte di Giuseppe Supino è possibile intuire la sua formazione stilistica che adagia su figure sognanti, quasi evanescenti eppure sospese in una loro grazia di pensiero levigata e inenarrabile. Le sue sognanti figure sono disposte in uno status di rigenerazione intellettuale: una metafisicità di astrazione e di forma che ha precedenti nelle maestranze pittoriche del tempo passato, ma non cumulabili con altri artisti contemporanei; qualche affinità si mostra con Purificato, ma solo vagamente, da cui poi sa differire per la precisa e puntuale differenziazione dei luoghi d’anima, apparentemente impalpabili, dove il lirismo e il suo status-simbol sono la stessa cosa della sua sostanza che, dai tratti del volto, dalle figure e dal simbolismo prendono vita e si dislocano come ali in un cielo.

Infatti, sia nei pastelli che negli olii, e negli acquerelli, l’artista si contraddistingue  e marca la sua mano in intuizioni-emozioni che hanno il particolare privilegio del segno e della sua identità.

L’opera di Supino si apre a più ampie letture interpretative, la levità si esprime dalla materia verso il -sublime- 

Vi è una libertà quasi liberatoria nel suo trasfigurare momenti di sintesi e di incantamento. Vi è una quiete che è pacificazione dell’anima dalla tensione del mondo. 

Una gioia per i sensi!

Tutti gli elementi sono sintetizzati in una raffinata miscellanea di momenti pittorici classicheggianti che segnano un percorso solare tra la tradizione e la modernità.

La linea ad olio, ad es. esprime la moderna femminilità radiosa di una bellezza sensuale eppure angelicata, composta, sognante, quasi mitizzata nel suo cerchio magico di perfetta armonia contemplativa: percorre tutta la gamma della passione che infiamma, ma che si va stemperando in impalpabili morbidezze muliebri dai tratti quasi angelicati, levigati dal candore e dal sogno. I toni vanno dall’avorio al latteo “sintetico” di un biancore quasi “candore”.

Il sorriso delle figure esprime un puro mistero che ne rileva in ognuna la sua innocente sensualità.

Supino regala una sua soprendente interpretazione moderna che è insieme sofisticata e preziosa. Una dualità del genere femminile che appare, al tempo stesso, eterea eppure profondamente sensuale, in una “boisée” quasi floreale in cui le figure si stagliano nette.

Un tratto di rara perizia contraddistingue quasi tutta l’opera di Giuseppe Supino, che sprigiona una pura luce, quale solo l’inconfondibile mano dell’artista sa imprimere.

Vi ho osservato una nostalgia evocativa che si evince da tutta l’opera pittorica di questo ottimo artista, sublimata da calde sensazioni quasi tattili in cui l’utopia gioca un suo ruolo. Supino raggiunge il suo irresistibile acme in uno slancio giocoso e solare che è l’essenza del suo spirito libero, l’elevazione al trascendente della sua vera anima, del suo “demon” artistico.  Una profonda religiosità, infine, si mostra da tutte le sue opere. Vi è ìnsita quella sapienzialità, quella perfezione che è alchimia profonda con la natura e coi sensi, avviluppati, quasi rivestiti di pudori ancestrali, dai quali si aprono lontananze e luci di altri mondi, di altre trasparenze, ed è in fondo quella luce e quella trasparenza che ogni grande artista sa infondere all’opera che resterà eterna, perché se ne possa contemplare il significato profondo che è, sì, simmetria di mari e cieli, di natura e di dolore, di sacro e di profano, ma il tutto intriso nella svagata irrequietezza di un presente che ci fa umani, pur se, nello stesso tempo, ci eleva nelle alte sfere della sublimazione attraverso l’arte che è il pensiero subliminale e perfettibile della verità divina.

Ninnj Di Stefano Busà

Fonte: Literary nr.10/2011

http://www.literary.it/dati/literary/d/di_stefano_busa/lelevazione_al_trascendentale_ne.html

L’arte sublime del Maestro Giuseppe Supino

Incessantemente, come l’acqua scava la roccia, il Maestro Giuseppe Supino trascrive “pittura”, una pittura che si allinea ai grandi artisti della terra. Una pittura di grande e notevole tratto, un’esemplarità che si  colloca ai vertici alti di una plasticità e morbidità di tratti davvero sorprendenti, uniche e irripetibili. Per certi versi, è rapportabile solo a quella grandemente celebrata di Domenico Purificato, di cui lo stesso Supino fu allievo e, idealmente, discepolo nell’incarnazione geopittorica della sua componente più avvertita.

Un tratto preciso e superiore domina e governa la mano di questo artista che ha fatto dell’arte la sua casa, il suo altare, il suo modello di vita funzionale, esoterico e sognatore, un’arte univoca e profondamente avvertita fin da bambino. Colori smorzati, non eclatanti, non avvampanti, con quella stemperanza coloristica che è proprio dei grandi, ha saputo imporre la sua vocazione e portarla a livelli di ampiezza inusuali attraverso mostre, vernissages, cataloghi, rappresentazioni visive, acquerelli, olii, grafiche che hanno la bellezza inesauribile della mano divina. E credo, davvero, vi sia del divino in questo “mostro sacro” perché non si potrebbero spiegare altrimenti le forze superiori e le vene ispirativo-immaginifiche di questo artista.

La sua inesauribile fonte è qualcosa che va oltre il limite storico della vicenda privata ed è gaudio per gli occhi, giubilo per la mente e per il  cuore. Guardando le sue opere ognuno si sente libero di volare nelle aree iperuranie di altri cieli, si associa a cori di angeli, si avvicina al modello idealizzato e simboleggiato del “perfettibile” che riposa in tutti e in ciascuno. Guardare i suoi quadri è come stabilire un nuovo contatto con un’Entità Superiore che ci fa assimilare la lezione dell’eternità senza condizioni, con l’animo perso in episodi di luce, di abbagliante sonorità espressive, ci si sente slegati dalla gravità fisica della materia, in pace con se stessi. E’ una sorta di “magnetismo” quello che sprigiona dalle tele, dagli acquerelli, dai disegni di Supino, un magnetismo che solo l’Arte vera, (con la A maiuscola) riesce a far captare, a far sentire al mondo circostante.

E’ qualcosa di misterioso e imponderabile. Da parte mia, l’ho sempre considerato il “miracolo” di cui, solo in vista dell’opera d’arte, ci sentiamo infusi. Ma è evidente che vi siano poi altre ragioni di ordine pittorico: l’estensione del colore, il tratto, il dosaggio degli elementi, la struttura oggettuale delle componenti pittoriche, il gusto affinato della “bellezza” che non fa ombra a se stessa, ma anzi la esalta, la commuove, la trascina a fare la differenza, ad esercitare il suo fascino che la dice lunga sul diversificato stereotipo preposto che, nel caso di Supino, è davvero unico ed essenziale.

Le sue figure hanno le linee chiare della trascendenza, una sorte di estasi e di beatitudine nel volto, come si addice a creature d’altri mondi, con quella purezza edenica che vi fa da sfondo e neutralizza le temperie, le imperfezioni, le brutture del quotidiano. Il fattore della traslazione mi ha sempre intrigato. Non è facile far sentire lo spettatore esattamente dove vuole l’artista, perché è questo quello che fa Giuseppe Supino: trasferisce il soggetto sull’oggetto in modo così carismatico, così intenso da farlo apparire nei luoghi e nei tempi di cui lui narra.

Un grande potere ha l’arte, una grandissima e ineccepibile sorte per coloro che vi si avvicinano e ne vengono irradiati, catapultati e investiti dalla luce che sa dominare le lordure e ammorbidire e metabolizzare le asperità  della vita.

Ninnj Di Stefano Busà

Fonte: Oubliette Magazine, 7 Marzo 2012,

http://oubliettemagazine.com/2012/03/07/larte-sublime-del-maestro-giuseppe-supino-2-maggio-2012-formia-ninnj-di-stefano-busa/

Giuseppe Supino

Una specie di incantesimo ci prende dinanzi alle opere di Giuseppe Supino: abituati come siamo alle convulsioni delle forme, alla violenza dei colori, all’urto di messaggi che ci assalgono da troppe parti, qui ci sembra tutto così chiaro, così riposante, così semplicemente sognante.

Ma è un’impressione ingannevole, dalla quale ci ricrediamo appena raccogliamo la sottile provocazione che l’artista ci trasmette da ogni sua opera: quel segno fluido, quel colore leggero che sottolineano le immagini su sfondi egualmente limpidi e appena accennati sono i mezzi espressivi di un racconto altamente poetico, in cui si narra di gioia e di dolore, di malinconia e di ebbrezza, di fierezza e di umiltà. E tutto questo con una sorta di schivo pudore, perché non è tanto – ci sembra – una storia del pittore quanto quella delle creature, che hanno catturato la sua attenzione e l’hanno indotto ad afferrare il pennello in un gesto di amore, di partecipazione. Di qui viene l’incanto dei voli, con cui i gabbiani si librano nei cieli di Supino, e quello degli sguardi che le sue donne e i suoi uomini ci rivolgono con la fierezza malinconica di una gente povera e decaduta ma inconsciamente memore della grandezza antica; e quello ancora dei fiori recisi, che sembrano sprigionarsi dal cartoccio in cerca di un ultimo alito di vita.

La facilità di Supino è davvero tutta apparente: in realtà si tratta di una pittura severa, senza fronzoli forte e delicata insieme che, muovendo dal passato attraverso le migliori esperienze recenti, raggiunge una fisionomia inconfondibile.

Luciano Luisi

L’Arte di Giuseppe Supino

E’ raro, oggi, vedere una pittura nitida, delicata, serena, definita come quella di Giuseppe Supino. I personaggi che raffigura hanno movimenti eleganti e quieti, sguardi profondi che pronunciano silenti monologhi con i quali raccontano sentimenti assoluti, ma sempre contenuti nella dignità e nel rispetto della bellezza, privi di conflitti o di nevrotica emotività. Gli sfondi, in queste opere, hanno una luce incantevole e rassicurante, i cieli di un azzurro limpido che degrada verso il bianco all’orizzonte inondano l’atmosfera del profumo dell’Infinito, la Natura ha il verde smeraldo degli alberi al sole e dell’acqua tranquilla, tutti elementi che si compongono in una armonia perfetta dalla quale occhieggia con discrezione una lieve “poesia del silenzio”, antico seme di quella che sarebbe stata sviluppata dalla Metafisica: è raro vedere una pittura simile perché rappresenta qualcosa che abbiamo perso. Quello che traspare dall’arte figurativa in genere è, infatti, la visione del mondo dell’artista e qui, nelle opere di Giuseppe Supino, riaffiora potentemente un modo di concepire il mondo, la vita e l’arte che per nostra volontà è divenuto passato, ma che, sempre per nostra volontù, potrebbero benissimo tornare attuale. Supino, infatti, mostrandoci un universo di pace e bellezza dimostra di saper leggere parti, aspetti dell’animo umano che, nel tempo attuale, condizionato dalla idolatria della competizione, vengono o dimenticati o disprezzati.

Giuseppe Supino, invece, con un coraggio etico che è quasi rivoluzionario, ci mostra che è una menzogna dire che si è sinceri solo quando ci si abbandona all’avidità sfrenata, quando si invidia, quando si offende, quando si combatte. Il mondo passato non era assolutamente un pianeta di santi, lo sappiamo bene, violenza e corruzione dilagavano esattamente quanto oggi, ma queste non monopolizzavano interamente la cultura (se non che in rari casi) e si ammetteva che esistessero tante persone sinceramente miti, amorevoli, sensibili e pacifiche. Queste sono le qualità che vengono dalla parte migliore di noi stessi, quella parte che tanti settori della cultura odierna vedono come un’impostura, quando è piuttosto un’impostura affermare il contrario. Giuseppe Supino è uno di quegli artisti che hanno il coraggio di ricordaarci che i sentimenti buoni, le pulsioni buone dentro di noi esistono realmente, dipende solo da noi ascoltarle, apprezzarle e costruire su di esse il nostro mondo.

Alfonso Confalone

Giuseppe Supino

Come in tante altre cose, i valori dell’arte sono capovolti, così anche in questo delicato terreno la decadenza ha motivo di gloriarsi.

I casi di coloro che si svegliano Artisti da un momento all’altro sono infiniti, come funghi che saltano fuori dalla terra dopo giorni di pioggia.

Certamente è un tempo di ricerche, e questo è un bene, ma non lo è altrettanto quando in queste risulti l’evidente plagio o mistificazioni di stili che siano; in tal caso, per raggiungere al più presto la tanto desiderata notorietà, non si va più alla ricerca del proprio “io”.

E tra tante “stragi” che vediamo qua e là esposte o pubblicate, solo allora, quando ci troviamo di fronte a delle semplici verità, purezza di sentimenti, autenticità delle creazioni, respiriamo un po’ di ossigeno puro.

E per questo sono attratto in modo particolare dall’opera di quell’armonioso e musicale artista che è Paul Klee.

Purezza di sentimenti, autenticità di creazioni, semplici verità a noi dette con chiarezza; sono appunto il perché dell’arte di Giuseppe Supino.

La sua, un’attività interiore, una poesia tenera ed evidente, un suggerimento di purezza e di essenzialità quale è raro incontrare, ma anche umiltà, dote che è soltanto di un autentico artista.

Nei suoi disegni, soprattutto un amore per la semplicità senza astrusità o deturpazioni di sorta, rivolta invece a rimandarci quella sua così “isolata” Poesia.

Se si osserva attentamente tutta la sua produzione è facile vedere come egli abbia saputo far tesoro di quel suo naturale patrimonio raffinandolo mediante lo studio dei più importanti e qualificati maestri contemporanei.

Quello studio che ha avuto lo scopo ed il risultato di precisare sempre più le qualità natie e quella sensibilità che lo porta a fissare davvero ogni sua posa, ogni suo movimento.

I suoi poetici temi dell’amore e dei ritratti, delle pensose sembianze, traspariscono inconfondibili le origini di antiche nascite meridionali.

E questo suo sottilissimo “filo” del segno che ha la sobria aristocrazia della vera eleganza, nei suoi disegni, nella Crocefissione ad esempio, riesce a rendere egualmente la sua drammaticità.

Identica nella “Morte del Contadino”.

Gli inquieti gabbiani, e le emblematiche canne si elevano oscillanti nell’aria come un timido tentativo di elevarsi verso il cielo.

I suoi paesaggi, i suoi fiori, hanno la mite dolcezza dei luoghi dove si vive in serena semplicità, in una sorta di casto incantamento; incantamento che è soprattutto avvertibile nelle figure femminili.

Poesia della natura, dunque, poesia degli uomini; questa la sua arte.

Giovanni Omiccioli

Giuseppe Supino. L’utopia del corpo

Esser chiaro il cielo e si vede il mare e il cielo di Gaeta dallo studio dell’Artista e quei colori trasparenti, irreparabili nella luce del mattino attraversano queste nuove opere. Hanno uno scatto dentro, un salto della bellezza che toglie il fiato.

Seduce la bellezza, seduce al canto, a suoni di un mondo inattraversabile se non dal puro sentire del Maestro che pare voglia levigare la sua coscienza e con esse le innumerevoli immagini di figure femminili e maschili che fregiano la mostra .

Immago, contro ogni limite è la perfezione assoluta della forma che vive poeticamente libera, pura. La figurazione del corpo maschile o femminile diviene humor fertile per le immaginazioni. L’utopia del corpo predomina la grazia inquieta, inappagabile.

E le mani, sempre in primo piano dettano un purismo disegnativo, analogico. Incalza il più bello in immagini di cavalli che infrangono le porte di Gerusalemme e ascendono al mai visto, mai.

Lei, la pittura nasce dal suo mare, sgorga da mutezza lontana, primordiale, dei candori sussurrati alla pietra. Schianti di ardente compostezza, quasi mestizia.

Silentium di alchimie, giostre di voluttà.

Melanconia, molta! Pronta ad accogliere sguardi, languori cresciuti, nutriti al fuso delle lontananze, al continuo intingere in fasi chimeriche di altre vite, altri mondi, anche di sazietà i corpi di fanciulli che godono alla luce, ma anche appare il costato come quello della Croce.

Asimmetrie, asimmetrico, pronto a dire, di saperi e strutture che vibrano su più orizzonti, le memorie confluiscono nel cielo e nella terra e lo spettatore contempla.

E’ il vanto della fragile natura morta, la conquista dell’aspetto sacro del garbo; il Maestro Supino regala all’immago femmineo pace sapienziale, l’orgoglio di Essere.

Gli irrequieti nostri tempi sono lontani, svagati, inutili, troneggia, inneggia la perfezione.

A badilate il colore ammanta, copre, risorge in atmosfere in verde.

Carmen Moscariello

Fonte: Il levriero, 31.05.2011

http://illevriero-cultura.blogspot.com/2011/05/personale-del-maestro-giuseppe-supinino.html

Giuseppe Supino

Venticinque anni trascorsi nella scuola e migliaia di allievi: generazioni di giovani che si susseguono. Qualcuno spicca il volo, improvviso, un arco fortunato; i più si perdono di vista, altri – non molti – continuano a coltivare una fede che tu hai tentato d’accendere in tutti indistintamente.

Spesso, in nome di una tale responsabilità, mi capita dover testimoniare il vario cammino e gli eventuali approdi di quella fede. E ora è la volta di Supino, diplomatosi anni fa presso il Liceo Artistico di Roma, ove a quei tempi insegnavo. Pensavo, allora, – e sono felice d’essermi sbagliato – che Supino si sarebbe sentito pago di una sistemazione nella vita, un insegnamento per vivere in serenità e basta. Supino, invece, ha smentito quelle mie impressioni. Quel vivere in serenità ha preferito inquietarlo con l’irrequietezza, con l’agitazione, con la condanna di voler fare arte.

Lo ritrovo di volta in volta impegnato più ostinatamente in questi suoi propositi e gliene fo merito.

Va da sé che l’impegno non resta mai tradito e Supino ne raccoglie i frutti in un lento ma graduale maturare la sua sensibilità.

Se certa tematica gli viene da origini ben individuabili, che conta?

E quale specie di pregiudizio può costituire il vago ricordo d’un’acre tecnica carraiana nei ritratti a fondo freddo e d’una tipologia – specie femminile – alla quale va prestando autorevolezza nientemeno che la scabrosità d’un Rosai?

Un Supino tutto autonomo? Potrebbe non essere lontano, a mio avviso, a giudicare da quelle viole del pensiero immerse con il bianco involucro della carta nel vaso ocra, o dai garofani bianchi su fondo anch’esso ocra. Ecco, una maggiore coscienza e conoscenza materica, una nuova solidità e consistenza della visione, queste sono le nuove acquisizioni di Supino. E non è poco.

Auguri!

Domenico Purificato

Giuseppe Supino

In quest’ultimo periodo di lavoro Supino, facendo tesoro delle esperienze acquisite, ha affinato i suoi mezzi espressivi, raggiungendo soprattutto una castigatezza cromatica e un equilibrio compositivo.

I rapporti tonali e le effusioni coloristiche appaiono così controllati in una “figurazione” che racchiude in sé un sentimento del tutto intimo: quasi di estatica contemplazione della realtà.

Non a caso i personaggi di Supino sottintendono una particolare vena di malinconia, come se nel silenzio della rappresentazione scavassero ricordi lontani.

Ma è commovente rilevare come questi “ricordi” in un gusto pittorico moderno, e pur sempre armonicamente articolato, non abbiano alcunché di letterario, ma al contrario ci indicano pittoricamente i valori di una costante presenza umana: dell’uomo che nella oggettività naturale ritrova se stesso e i suoi valori.

Franco Miele

Incontro con Supino

Giuseppe Supino trascorse a Roma, alla scuola di Guttuso prima e di Purificato poi, gli anni più densi e significativi della sua formazione artistica: densi di esperienze umane e pittoriche insieme, e significativi per l’acquisizione di una tecnica e di un gusto ben precisi, che l’artista è venuto via via educando e affinando.

A Formia, dove vive e insegna, egli ha continuato poi sempre a dipingere, pervenendo a quella fase di più matura consapevolezza che gli ha ottenuto una vasta notorietà dentro e oltre i limiti della provincia, e, con la partecipazione alla Biennale Romana d’Arte Contemporanea, un primo premio assoluto. Il successo davvero straordinario (di critica, di pubblico e di vendita) riscosso con l’ultima personale, tenuta alla Contempart di Grosseto dal 18 al 28 aprile 1967, è valso ad attrarre su di lui l’attenzione dei critici di alcuni tra i maggiori quotidiani italiani. In quella occasione si occuparono della sua arte anche la TV e la RAI. Nella figura femminile qui riprodotta – un olio su tela – si ravvisano segni e momenti di una tecnica che accenna alla ricerca di novità formali, lasciando prevedere ulteriori sviluppi e arricchimenti: dei quali non mancheremo di dare, quando che sia, un giudizio e una impressione per i nostri lettori.

Pasquale Maffeo

Fonte: Sìlarus (rivista letteraria)

Giuseppe SUPINO, un artista sensibile, delicato, prezioso.

Offrendoci queste immagini intense, cariche di vibrazioni scomparse, Supino sembra voler adempiere ad una missione: quella di collegare, con trasparente forza poetica, quel mondo genuino e magico dell’Ausonia terra di un tempo, dominio ormai del ricordo sedimentato, con il rapido decomporsi del presente.

L’inquietudine, la frenesia e l’angoscia degli eventi che l’odierna contaminante realtà ci riserva vanno a decantarsi magicamente in segni essenziali e in colori estatici, da cui sorgono evocate espressioni di volti antichi e immagini di sognata natura. Sembra talora di non saper più discernere il confine tra l’essenza del regno vegetale e l’uomo che in esso vive, se indugiamo un poco a contemplare questi personaggi pensosi nel verde dei campi e degli alberi: quasi una rinnovata intuizione della comune origine e dell’unità di tutte le cose.

Gino TANI, Roma 27 luglio 1977

Giuseppe Supino

La figurazione di Supino è chiaramente una figurazione dove l’immagine implica ancora quell’atto di fede nel significato e nel valore della sembianza naturale, che è proprio dell’arte che chiamiamo “classica”, e al tempo stesso esprime una acuta concentrazione sulle “verità momentanee” di cui è fatta l’esistenza di ogni oggetto e persona. Cioè impressioni, sensazioni, stati d’animo, similitudini, relazioni dell’incrocio ecc.

Tale pittura è capace di captare ed esprimere il momento della sintesi tra la variabilità fenomenica (cioè il mutare delle apparenze) di un oggetto e una possibilità di renderlo nella sua sembianza statica ed immutabile, che corrisponde al suo valore naturale assoluto.

Sandra Giannattasio

Inchiostri di Giuseppe Supino

ho veduto e apprezzato i Tuoi disegni. Penso che le pitture, che ancora non conosco, abbiano anch’esse la chiarezza stilistica – dirò di stampo neoclassico, in quanto fondata sul nitido percorso della linea e dello sfumato al margine dei pieni, il quale dà una dolce sodezza alle forme – quella chiarezza e compiutezza che distinguono la Tua grafica.

Ami l’immagine “finita”, nulla rimane accennato o incompiuto. Ed ami il racconto; intendo che Ti piace rappresentare situazioni e vicende umane. E quella umanità è la gente, credo, del Tuo paese; semplice, legata alla terra, a un antico costume: per nulla aulica, intellettualizzata alla Cagli…

Non sei soltanto un patito della tecnica, ma anche, e forse ancor prima, del disegno.

I Tuoi personaggi, infatti, ispirati a modelli veri, sono puntigliosamente precisi, acuti, per nulla avulsi dalla realtà dolorosa che li circonda.

L’amore per la precisione porta all’indagine e l’indagine al ritratto. Ed è proprio nel ritratto, dove il Tuo mestiere può essere messo meglio a profitto e diventare determinante alla fine della resa, la cui sapienza è innegabile, che Tu tocchi i risultati più convincenti.

Con l’augurio migliore, cordialmente.

Virgilio Guzzi, Luglio 1976

Giuseppe Supino

Giuseppe Supino riassume nella sua pittura la calda esuberante tonalità del cielo e della natura lussureggiante della sua Formia.

Allievo di Purificato e di Guttuso uscì dalle Belle Arti di Roma avendo da loro ricevuto chiara coscienza dei profondi legami che intercorrono tra la classicità e il gusto moderno, e pertanto egli, che sente le necessità e le angoscie spirituali di questo nostro secolo, non rinnega mai i canoni più equilibrati di una classicità divenuta trampolino per più nobili e sentite conquiste. Di ciò fa fede la sua pittura che pur non disdegnando il moderno, ne accoglie le conquiste migliori, creando opere di inconfondibile armonia.

Non mancheremo di notare il riaffiorare degli insegnamenti del suo Maestro, Domenico Purificato, il quale ebbe a dire, dopo alcune mostre, tenute dal Supino, che egli riponeva molte speranze nel suo discepolo. Confortato da simile autorevole incoraggiamento, il Supino partecipava alla Mostra Nazionale di Scena Illustrata a Milano, dove otteneva una brillante affermazione “per la sua sensibilità pittorica”.

A distanza di qualche anno egli si presenta al pubblico con una personale nella quale si afferma con una maturità particolare. Al di sopra e oltre la evidente malinconia delle sue figure, la sua pittura offre all’osservatore un messaggio di equilibrio e di rasserenante consapevolezza.

Bruna Crocetti

Giuseppe Supino

Giuseppe Supino espone una nutrita rassegna di dipinti figurativamente aperti alla più ampia lettura interpretativa. Figure e riferimenti simbolici volutamente “pronti” (volo di gabbiani, fiori, ampi spazi profondi) sono resi dall’artista con segno sicuro e vibranti velature, l’efficacia comunicativa essendo alla base del messaggio che Supino pone a fondamento essenziale del proprio operare nel campo figurativo.

I dipinti di questo pittore si caratterizzano per una plastica evidenza ed un uso tutto particolare del colore, trattato con un gusto essenziale e personalissimo.

Mario Contini, Agosto 1975

c’è per fortuna ancora chi segue le regole del vecchio dipingere, adattandole e filtrandole con uan sensibilità moderna e che, pur partendo dalla realtà, riesce a trasformarle in modo sereno, quasi sognante.

Marziano Bernardi, Agosto 1975

Giuseppe Supino

Non so scrivere d’arte, anche poche righe, come in questo caso, mi imbarazzano. Non so scrivere d’arte, per ignoranza. Talvolta addirittura perché non capisco.

Sono sorpreso infatti d’aver capito, subito, questi acquerelli di Giuseppe Supino, pittore di Formia, uomo semplice, all’apparenza (e probabilmente nella realtà) privo di dannose ed inutili sovrastrutture. I suoi temi ci appartengono perché le sue immagini ci assomigliano. Non vuol dire, Supino, una cosa diversa da quella che noi, osservatori dei suoi acquerelli, avvertiamo. Questa si chiama comunicazione tra artista e fruitore. La comunicazione è sempre più difficile. Il filo sempre più interrotto. Gli acquerelli di Giuseppe Supino sembra che cerchino di annodare questi fili.

Maurizio Costanzo

Giuseppe Supino

Supino è un giovane pensoso, un artista esperto nel mestiere e dotato di una carica emotiva notevolissima.

Ne ho avuto la riconferma esaminando uno per uno i suoi dipinti, che sono quanto di meglio si possa realizzare nell’ordine figurativo, per armonia compositiva, per trasfigurazione della realtà, per sentimento poetico ed infine, per certa forza introspettiva, che permette al nostro giovane pittore di scavare a fondo nell’intimo dei suoi personaggi…

D’altra parte, se così non fosse, non si spiegherebbero le felici interpretazioni di quelle sue misteriose ciociare, che affiorano, dolenti o malinconiche, da fondi di foglie sottilmente composti come dalla natura stessa.

Dice bene Franco Miele: “Non a caso i personaggi di Supino sottintendono una particolare vena di malinconia, come se nel silenzio della rappresentazione scavassero ricordi lontani…”

Piero Girace

Giuseppe Supino

Le sue opere da sempre tendono a segmentare un luogo dell’anima, in cui ciò che è bello e ciò che è luce non vengono in alcun modo conculcati. E sempre all’insegna della leggerezza, di un modo di dipingere cioè depurato dalla gravità delle cose grezze e pesanti. Una leggerezza a cui Supino può pervenire, dal momento che conosce ed applica nelle sue composizioni il duro e necessario lavoro del disegno: un disegno che da una parte ordina e dà simmetria e dall’altra gli permette di muoversi nella libertà dell’invenzione.

Rodolfo Di Biasio, Giugno 2011

Le tele

Contemplare le opere di Supino è come lasciarsi rapire da un sortilegio volutamente preparato dall’artista, per farci dimenticare le bruttezza della società in cui viviamo, le falsità e i compromessi, che oscurano l’animo umano, e condurci in un limbo rasserenante, che ci schiude le porte del paradiso.

Nelle opere di Supino, nella perfezione delle forme, nella levità del tratto, nell’intenso cromatismo e nella dolcezza malinconica dei volti si incarna l’insuperabile concezione triadica dell’arte di Platone, di cui l’artista contemporaneo ha perso il senso e a cui bisognerebbe invece guardare, nell’aspirazione ad un mondo più bello, più vero, più buono, che ricollochi nella giusta posizione i valori dell’uomo.

Alla base di tutte le opere di Supino, tele, pastelli, inchiostri che siano, vi è un impianto disegnativo sofisticato e preciso fino al puntiglio: è evidente la bravura del maestro nel disegno, che è forse la qualità più esemplificativa del suo genio artistico.

Zaira Daniele, Giugno 2011

Giuseppe Supino

La chiarezza espositiva e cromatica del M° Giuseppe Supino pone in risalto lo sforzo realistico di concretizzare la fantasia e di passare con disinvoltura dai temi naturali a quelli storici con estrema pacatezza.

La distribuzione degli elementi traccia il “Vissuto” di ogni personaggio raffigurato. Immagini a-temporali proiettate in uno spazio visivo delimitato e dai contorni precisi, segnano la finitezza e l’eterogeneità del momento. Sogno, poesia e romanticismo si uniscono palesemente in questa pittura; le donne dipinte rappresentano la suggestione del tempo vissuto, di un pensiero e la ricerca intimistica di un rapporto più profondo e amorevole con se stesse, la natura e il Creato. La sua arte diventa un “Porto sicuro” alla brutalità del mondo e delle guerre, un sicuro rifugio contemplativo dell’anima, un rimedio alla tumultuosa fatica umana.

Il Prof. Giuseppe Supino conferisce alla sua stessa attività artistica una determinata funzione e uno speciale rilievo nella scala dei valori.

Carolina Mazzetti

Fonte: Accademia Internazionale Gentilizia “Il Marzocco”, Firenze, 7.8.2014

Incontri d’arte

Insensibile ad un’epoca ricca solo di contrasti e di paure, Giusppe Supino vive e lavora a Formia.

Dopo varie mostre personali in diverse città italiane, dove ha riscosso positive critiche ed incoraggianti successi, è tornato a Roma, città che lo vide allievo presso il Liceo Artistico, ove si diplomò con successo, dopo aver perfezionato i suoi studi artistici anche alla scuola dei maggiori maestri contemporanei.

Ha esposto le sue apprezzate tele alla galleria “L’Astrolabio” di via del Babuino, ove si sono avvicendati critici e amatori d’arte.

Giuseppe Supino è pittore ormai ampiamente affermato per aver realizzato esposizioni in molti Paesi d’Europa e per aver fatto della sua pittura un messaggio di dolcezza. I suoi personaggi, lungi dall’equivoco esprimono chiaramente la natura e lo stato d’animo dell’artista attraverso immagini e colori toccanti. Sono già molti gli anni che Supino ha dedicato alla pittura ed ha già una sua personalità che gli è valsa per lusinghieri consensi critici indicando che l’Artista è assai vicino all’esprimere il meglio del suo talento. Nel colore più fresco, nella linea più sciolta, nella struttura più unita, i dipinti di Supino rilevano uno scatto fantastico che attinge energia ed una maggiore immediatezza e spontaneità, mostrandoci un repertorio figurativo di eccezionale interesse.

Chiaro dunque che ci troviamo di fronte ad un pittore destinato ad includere il suo nome nel più ampio contesto dell’arte contemporanea ed il nostro parere non vuole essere soltanto un auspicio, perché i suoi incondizionati successi ne rappresentano una valida conferma.

Nicola Jadanza

Fonte: Mediterranean – international magazine – rivista internazionale

Cronache d’arte

Giuseppe Supino nella mostra personale alla galleria “Astrolabio” di via del Babuino, 144; rievoca immagini della sua Formia, romana e pre-romana, nelle immutabili visioni dell’agro di Anxur e nelle rurali riproduzioni di personaggi antichissimi e sempre fisionomicamente attualissimi nel sembiante e nel costume.

Presenta l’artista al catalogo Rolando Renzoni.

Pan

Fonte: La settimana a Roma, n.51, anno XXII, venerdì 17 – giovedì 23 dicembre 1971, pag. 15

L’Autore del Palio

Il suo nome è noto a Priverno, dove molti lo ricordano con affetto e ammirazione per la sua intensa e ricca attività didattica; forse è meno conosciuta la sua arte, schivo come egli è di esporre ovunque i suoi dipinti, anche se non poche opere di sua creazione adornano case di Priverno.

Arte raffinata di un uomo dalla profonda e vasta cultura, incontaminato dalla frenesia della moda, e libero, tuttavia, di spaziare nel regno della poesia e della spiritualità, quasi francescana, come si rileva da certe sue recenti composizioni.

Arte che trasmette, in maniera quasi speculare, la complessa e umana personalità dell’Artista, esigente con se stesso e con gli altri. Così che la raffinatezza e l’eleganza delle forme da lui concepite traducono a perfezione le intime sensazioni e le emozioni del suo animo.

Di conseguenza, anche al primo approccio, l’Artista e la sua opera si confondono in un solo essere profondamente spirituale e ricco di umanità.

In occasione della presentazione del Palio ’98, il Prof. Supino ha voluto rendere omaggio al suo illustre Maestro, Domenico Purificato, con una mostra di acquerelli allestita presso la Sala Consiliare.

Edmondo Angelini, Maggio 1998

La poesia della pittura

L’arte non è uno specchio per riflettere il mondo, ma un martello per forgiarlo” diceva il poeta e drammaturgo sovietico Vladimir Majakovskij. Quando l’intensità delle parole incontra l’intensità delle forme e dei colori, spirito e mente traggono conforto e si arricchiscono. Proprio questo accadrà il prossimo 2 maggio a tutti coloro che si recheranno al Castello Miramare di Formia dove si svolgerà la serata evento “Umano… Troppo umano. (La ricerca dell’Assoluto nelle anime libere)”. Un appuntamento importante per questa incantevole cittadina in provincia di Latina, le cui origini affondano nell’antichità. La tradizione storica di questa località affacciata sul Golfo di Gaeta, infatti, va dal mito di Ulisse ai grandi dell’epoca romana, come Mecenate e Cicerone. E proprio questa cittadina sarà teatro di un evento artistico straordinario. All’interno della suggestiva cornice offerta dal Castello Miramare la poetessa Carmen Moscariello ed il pittore Giuseppe Supino saranno protagonisti con le loro opere della serata evento che vedrà coniugarsi ed intrecciarsi alla perfezione le parole, le forme e i colori. Le opere di questi due artisti partono da una dimensione umana, troppo umana, per poi sublimarsi liberandosi da ogni condizionamento culturale e da ogni limite materiale. La poetessa Moscariello presenterà la sua ultima opera teatrale “Giordano Bruno. Sorgente di fuoco” (Editore Guida, 10 euro, pp.93) ed il pittore Supino mostrerà alcune delle sue magnetiche opere. L’incontro è previsto alle ore 16.30, seguirà alle ore 17.00 l’appuntamento “La luce sublima la forma e i colori tonali” e alle ore 18.00 avrà luogo la presentazione del dramma lirico. Una delle voci recitanti sarà quella dell’attore Franco Silvestri, artista di teatro e televisione che ha collaborato, tra gli altri, con il noto attore e regista Giorgio Albertazzi e ha recitato in diverse note fiction televisive. Per la sua peculiarità, per i suoi protagonisti e per i suoi contenuti, “Umano… Troppo umano. (La ricerca dell’Assoluto nelle anime libere)” è un appuntamento che punta a far vibrare le corde dell’anima.

Il dramma lirico

Le parole che emozioneranno il pubblico di questa particolare serata evento saranno quelle di “Giordano Bruno. Sorgente di fuoco” di Carmen Moscariello, fondatrice del Premio internazionale di poesia, saggistica, giornalismo “Tulliola”, docente di Italiano e Latino, poetessa, drammaturga, regista, pubblicista, direttore e fondatore del mensile di politica e cultura Il levriero. Un lavoro arricchito dalla copertina disegnata dal Maestro Salvatore Bartolomeo. La figura e il pensiero del filosofo Giordano Bruno, condannato dall’Inquisizione della Chiesa romana per le sue convinzioni giudicate eretiche ed arso vivo in piazza Campo de’ Fiori a Roma il 17 febbraio del 1600, dominano l’intera opera. Presentando il dramma Moscariello ha scritto: “Quest’opera vuole chiedere scusa ad alcuni grandi pensatori che vissero durante la Controriforma cattolica, in un periodo particolarmente infelice per le guerre di religione che devastarono intere nazioni”. E Aniello Montano, ordinario di Filosofia presso l’Università degli Studi di Salerno, nella prefazione dell’opera ha sottolineato: “La commedia, fin dall’inizio, vuole dar conto dello scontro frontale tra modi diversi di concepire la verità e di intendere il ruolo e il significato della filosofia. Da una parte c’è la tradizione sordamente fideistica, dall’altra il pensiero nuovo”. E ancora: “Nei tre atti della commedia, il contrasto tra questi due modi di pensare e di vivere è rappresentato con vivacità di situazioni e di linguaggio, in modo da farlo risaltare al massimo, per mostrare la superiorità degli uomini “nuovi” sui custodi del passato”. Montano ha poi sottolineato: “Nelle scene dei tre atti elaborati dalla Moscariello, è icasticamente raffigurato il contrasto epocale tra due sistemi di pensiero e potremmo dire tranquillamente tra due epoche, una strenuamente decisa a difendere l’età medievale, l’altra impetuosamente spinta a demolirla per far nascere la modernità”. Aggiungendo: “Nella sua libertà ideativa e argomentativa, la Moscariello dà conto della frattura che in quell’epoca drammatica si veniva aprendo tra vecchio e nuovo, tra Medioevo e Modernità. E fornisce chiara l’idea della grande attualità, ancora oggi, di quella tensione alla libertà di pensiero, che nessun credo e nessuna istituzione potranno mai trattenere a lungo o bloccare del tutto”. Parole che ben spiegano l’essenza più profonda di questo dramma lirico che, come evidenziato poi dalla critica letteraria Ninnj Di Stefano Busà, è “un libro a fortissime tinte, un dramma moderno che delinea i tratti salienti dell’umanità in condizioni davvero precarie”. Un filo conduttore lega saldamente i tempi del filosofo – fatti di ipocrisia, corruzione, sfaldamento del sistema etico, di interferenze tra politica e religione – e i giorni nostri.

Le opere pittoriche

Ma i versi dell’opera della poetessa Moscariello non sono gli unici protagonisti della serata evento. Le sale del Castello Miramare, infatti, ospiteranno anche alcune opere del pittore Giuseppe Supino che ha dedicato tutta la sua vita all’arte. Gli studi classici, la laurea in Architettura e quarantacinque anni trascorsi insegnando Storia dell’Arte. Negli anni il Maestro Supino ha presentato molteplici mostre in Italia e negli Stati Uniti ed ha ottenuto numerosi riconoscimenti. La delicatezza che le opere di questo attento pittore sprigionano catturano chi si ferma ad osservarle ed ammirarle. L’estrema cura per i dettagli rende unico ogni lavoro. Gli sguardi sono magnetici e le mani incredibilmente comunicative. E’ proprio attraverso lo sguardo e le mani che il pittore tende ad emozionare. Del resto gli occhi sono l’espressione dell’anima, mentre le mani sono l’espressione del corpo. I meravigliosi colori scelti per arricchire ogni opera si bilanciano alla perfezione tra loro. L’estrema cura dei dettagli emerge prepotentemente da ogni lavoro di questo incredibile pittore. In “Ascolto di echi lontani” una giovane donna, dagli antichi tratti latini, è rivolta verso l’osservatore. Nella mano sinistra, flessuosa e gentile come non mai, stringe una conchiglia gugliata. Il volto, delicato ed espressivo, è sublimato da occhi eterei ed intensi e da una bocca lievemente pronunciata. Altra opera che ben delinea il linguaggio espressivo di Giuseppe Supino è il “Pulcinella”. Come spiegato dallo stesso pittore: “L’antica figura popolare, con camicia e calzoni bianchi, si porge a rivendicare la sua dignità di persona autentica e genuina, abbandonando l’ormai inutile maschera a metà faccia, che l’aveva occultata nella drammatizzazione teatrale”. E ancora: “La giovanile purezza del volto, finalmente libera dall’ipocrita orpello, rispecchia verità e ricchezza interiore, rimaste intatte attraverso il sofferto vissuto, cui danno voce le mani parlanti. Incombe ancora, seppure ormai alle spalle, il travaglio di una storia umana rappresentata dalle pieghe, apparentemente disordinate, del velario di fondo”. Di quest’opera è particolarmente interessante il dettaglio della mani, capaci di trasmettere l’io più profondo di questa figura. Il colore, infine, è celebrato nell’opera “Appena colti”. Ogni elemento di questo lavoro ha una ben precisa dimensione pittorica. Le diverse tonalità regalano all’opera un’emotività particolare e il dettaglio della luce, che emerge alle spalle della contadina, riesce nell’intento di plasmare l’insieme. Ogni opera del pittore Supino regala allo spettatore un’emozione particolare, che va oltre la dimensiuone umana, troppo umana.

Stefania Giudice

Fonte: Il Punto – Settimanale di informazione, anno IV, n.17, 3 maggio 2012