Caro Peppe

Conoscere Peppe Supino da (quasi) mezzo secolo significa anche sapere (quasi) tutto di lui – almeno di lui artista, di uomo che ha sempre vissuto l’arte come la sua vita: delle sue crisi formative e creative, del progressivo affermarsi di quelle sue convinzioni estetiche ormai sedimentate (indice al tempo stesso di fedeltà e ricerca), della continua sottilissima evoluzione di tratti e forme espressive; ma pure della sua personalità inquieta, degli improvvisi scatti umorali e della superiore considerazione (quasi pacificata consapevolezza che poco ha da chiedere) con la quale ora l’uomo e l’artista insieme guardano l’uomo e il mondo.

Giorgio Bocca, il grande vecchio del giornalismo italiano, dice di sentirsi un po’ fuori, “non solo sorpassato, ma estraneo al modo di vivere in società”, poiché “ciò che ieri ti faceva felice ti dà solo un momento di sollievo, ciò che ti indignava sembra sopportabile o indifferente”. Questa non è rassegnazione, quanto capacità di porsi a distanza di sicurezza, comprensibile desiderio di (auto)difesa “nel cambiamento di epoca”. Così pure Peppe (Giuseppe) Supino – che di epoche cambiare ne ha viste, che pure non disdegna la (buona) compagnia e diverse ne ha frequentate con affabile disponibilità, ma senza peli sulla lingua quando era il caso – finisce per preferire fare parte per se stesso, schivando contaminazioni pericolose (soprattutto quando improduttive); ex-grege, dunque, potendosi permettere di guardare dall’alto degli anni, dell’esperienza, il fluire dell’esistenza comune.

Questa premessa era indispensabile per arrivare a dire – in amicizia (che ben conosce e ricambia da decenni) ma senza piaggeria (che non merita e rifiuterebbe sdegnato) – qualcosa di personale sull’ultima produzione di Peppe (Giuseppe) Supino, esposta alla Torre di Mola. Un mare di segni, colori, forme, figure, una triplice avventura dello sguardo (“tele, pastelli, inchiostri”) di fronte al mare di Formia, che occhieggia dalle tante finestre delle sale di esposizione, un ambiente ricco di storia oggi più ricco della storia privata di un Formiano doc, si direbbe, anche se l’opera di Supino non è più da gran tempo soltanto patrimonio formiano.

Ogni “personale” di un artista maturo è piena di conferme e sorprese. Meglio se c’è la conferma delle sorprese, certo, ma nemmeno guasta se la sorpresa è una conferma, se si può cogliere, malgrado il trascorrere degli anni (di tanti anni) una sicura, riconoscibile linea espressiva che si precisa e però si propone in modo originale. Questo accade – e se ne può pertanto godere tranquillamente – quando si visita una mostra di Peppe (Giuseppe) Supino e si gusta di lui un distillato esistenziale squadernato nelle decine di opere (ma ben disposte, non affollate) a disposizione del visitatore. L’apparentemente semplice fattura degli inchiostri e dei pastelli è chiaramente un traguardo, evidente essendo la cura nella pulizia dei dettagli. Nelle mani dell’artista un semplice elemento decorativo assume una funzione (come il drappo su cui posa una conchiglia, il viluppo dei rami tra le foglie di un albero svettante) che ci porta ben oltre il comune vedere.

La castità delle forme, delle masse contrapposte, delle linee stesse che le definiscono: è la prima qualità che si impone alla vista, magari non a prima vista – ma nella pittura di Peppe (Giuseppe) Supino, nelle diverse tecniche adoperate come in questa “personale” alla Torre, la castità è dominante. Quanto è puro l’azzurro degli occhi della ragazza che appare in copertina del catalogo! (opportunamente intitolato “Linguaggi e valori”: si direbbe che il valore di un artista è proprio il suo linguaggio, ma forse, nel caso di un artista come Supino, va rimarcato quanto il suo linguaggio si ponga come valore, e come tale si esponga, chiaramente, onestamente, perché colui che ne fruisce lo faccia suo e lo tenga appunto come un valore aggiunto).

L’eleganza delle figure che si affacciano alla vista quasi temendo di turbare la vista dello spettatore è un altro segno di castità – i volti umani hanno tutti un’intensità inquietante, poiché non si danno al nostro sguardo che li guarda, anche se in qualche caso il loro è proprio rivolto nel nostro: è tale la forza dell’animo che dai loro occhi traspare, che quasi ci costringe ad abbassare i nostri, quasi fossimo noi colpevoli di sporcare quel loro animo trasparente. E loro vivono altrove, custoditi e protetti nel quadro che è il loro mondo, che è lontano e sembrano saperlo, sereni, appagati di sé.

Così pure il piccolo Pierrot, stanco di fare il birichino o presago del ruolo che lo attende (che fatica far ridere il prossimo, se e quando nemmeno se ne ha voglia), anche il viso infantile dello scugnizzo, che tale sembra, si pone davanti a noi in una posa ieratica che ci spiazza. La malinconia dolcissima di certi volti – non più i soliti volti di Peppe (Giuseppe) Supino, che conosce chi lo conosce da quasi mezzo secolo! – colpisce e penetra nella nostra coscienza, ci parla di una dimensione altra, quanto distante dal nostro quotidiano (banale) vivere… Siamo noi che ci sentiamo fuori posto, sorpassati da queste figure che sembrano aver raggiunto una pace che non è solo dei sensi: una pace profonda, vera, che a loro consente di aspettarci in una dimensione che non riusciamo a raggiungere, poiché infatti loro non escono dal quadro ma ci aspettano là… chi abbia il cuore pulito per affrontare il salto, chi sappia staccarsi da quel “modo di vivere in società” che ci ha resi un po’ tutti omologati.

Così infine anche l’incredibile sospensione dei gabbiani (in una dimensione senz’aria, senza spazio), e quella dei cavalli, belli peraltro di una bellezza anch’essa non accademica ma vibrante potrebbe dirsi di umana tensione alla vita, così tutto contribuisce a creare, in questo percorso tripartito nell’arte di Supino, un viaggio nell’anima – uno scavo nella nostra anima (che l’artista ci propone o forse addirittura ci impone, proprio dall’alto del suo vissuto di ottuagenario che ben conosce i mali e le speranze del mondo) attraverso il quale si possa riacquistare l’onesta forza di parlare, a noi e agli altri, di cercare e cercarci in noi e negli altri, e di prepararci magari a non essere più schiavi o vittime (tantomeno complici!) del male più grande al quale rischiamo di soccombere: l’incomprensione del prossimo.

Guardiamoci dunque allo specchio, e facciamo che siano il nostro specchio gli occhi azzurri e casti della ragazza di Peppe (Giuseppe) Supino che ci accoglie sulla copertina del catalogo di questa sua imperdibile “personale”… tuffiamoci nella castità del bene che emana dalle sue figure, dalla serena visione della natura che ci propone, sia nel fulgore dei colori che negli accurati inchiostri e nei pastelli delicati, e non priviamoci della possibilità di scendere – con la sua guida, il suo dono di vita – nel cuore stesso della nostra vita.

Giuseppe Napolitano